Naima Morelli

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Ho recentemente ritrovato nei meandri di internet un mio articolo del 2008, riguardante gli esami di ammissione in tre delle più prestigiose Accademie di Belle Arti italiane, Roma, Napoli e Firenze. Al tempo mi recai nelle tre città per ovviare alla latitanza di informazioni sul web riguardo agli esami di ammissione, quello che trovai invece fu una sorta di specchio dell’Italia. Agli esordi del 2014 non penso che la situazione sia molto cambiata.

Viaggio tra le Accademie di Belle Arti d’Italia

Le informazioni sulle Accademie di Belle Arti Italiane sono scarse, i siti ufficiali poco aggiornati, le segreterie avare di informazioni, i forum a cui si rivolgono i ragazzi telegrafici. Abbiamo dato un’occhiata alle prove d’ammissione nelle Accademie di Belle arti di Firenze, Roma e Napoli: ecco il verdetto.

“Di dove sei?”
A farmi la domanda è una ragazza dall’aspetto un po’ alternativo, lunghi capelli castano chiaro e look hippie: “Io sono di Bologna, ho fatto il test di ammissione anche là, ma dicono che sono tutti raccomandati, e comunque è meglio farlo da più parti, perché se non entri hai sempre un’altra possibilità”.

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The Indonesian magazine I Magazine Bali has just published my review of  the Bali Bulè exhibition at Museo Archeologico in Naples, featuring artists Bickerton, Ontani and Sciascia.

Here the link to the magazine website

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Dunque, per quanto surreale possa sembrare, è veramente successo. Ashley Bickerton, Luigi Ontani e Filippo Sciascia si sono effettivamente incontrati nella stessa stanza.
Chiaramente c’è qualcosa che questi tre eccezionali artisti, così diversi tra di loro per pratica artistica e personalità, hanno in comune. Bali.
Bickerton e Sciascia ne hanno fatto la propria dimora, Ontani vi soggiorna spesso fin dagli anni ’80, da quando ha cominciato a far produrre le proprie maschere agli artigiani locali.
Dico, riuscite a immaginarvi Ontani, aristocraticamente vestito di seta e con la sua elaborata parlata infarcita di giochi di parole, dialogare amabilmente con Ashley Bickerton, camicia da surfista e flip flop, il quale dichiara candidamente di sentirsi in certe situazioni “Come una scorreggia in una cabina telefonica?”.
Fortunatamente c’è Sciascia che funge da elemento di raccordo. Lui, molto gentiluomo noncurante col sopracciglio lirico, ma spiegato come un radar alla ricerca di stimoli tra cultura alta e bassa.
Ashley Bickerton possiede un dipinto di Sciascia che tiene in bella mostra a casa sua, una Giuditta dal seno rifatto e le labbra impertinenti che brandisce la testa di Oloferne: “Mi piace perché è un soggetto della pittura classica, ma è così chiaramente un’immagine presa da qualche porno!”
Ontani, il quale pure inserisce elementi suggestivi nelle sue ceramiche, conosceva Ashley Bickerton fin dagli anni ’80, momento più fulgido per l’artista americano. Sciascia invece Ontani l’ha incontrato proprio a Bali.

Il fatto è che Bickerton, Ontani e Sciascia sono bulè, è il nome con cui i balinese chiamano l’uomo bianco.
In una splendida mostra al Museo Archeologico di Napoli, curata da Maria Savarese, il trio si appropria ironicamente di questa parola, e dissemina balinesità tra le statue antiche della collezione Farnese del museo.

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zabetta

“Incalzatrice della storia Freno del tempo Tu Bomba / Giocattolo dell’universo Massima rapinatrice di cieli Non posso odiarti”

Correndo giù per Via dei Mille nel caldo di un aprile napoletano del duemilaundici, cercando di arrivare al Molo Beverello in tempo per prendere l’Aliscafo dell’una e cinque, vale a dire essere a Sorrento per le due meno un quarto circa, ecco in questa corsa (perché si sa che il movimento fa arieggiare il cervello, purchè non vada in iperventilazione) le immagini della mostra di Zabetta si sovrappongono, si alternano in rima baciata, alternata, incrociata e slogata ai versi di “Bomb” di Gregory Corso.

Sulla rampa di legno vigilata dai Vucumprà, a fianco al Maschio Angioino, inevitabilmente parole e immagini sono già tutta una pappetta, sbatacchiate come un frullatore nella mia testa, non resta che sedersi sull’aliscafo e fare un po’ di ordine.
Dunque, Coda Zabetta non penso proprio che abbia scritto una lettera d’amore alla Bomba, quello è stato Corso. Piuttosto quello di Coda Z. si tratta di un lavoro ordinato che ha condotto a un risultato efficace, puntuale e profetico, come ci hanno tenuto tutti quanti a rimarcare con occhi da Cassandra color acque di Mergellina, alludendo chiaramente alla recentissima tragedia nucleare giapponese.

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formica5

Che cos’è il Popolo?
Ci sono solo due modi possibili per rispondere a questa domanda, o chiamare in causa studi antropologici del tipo Fabio Dei, Cirese, De Martino, oppure argomentare con l’arte.
L’una comprensione è intellettuale (vi parleranno di società dei consumi, snaturalizzazione bisogni, egemonizzazione e compagnia), l’altra parla direttamente ad un sentire.
Il lavoro di Angelo Formica, che ho avuto modo di beccare alla fiera Rome Contemporary, va esattamente in quella direzione.

Con un’operazione surrealisticamente a supportare un significato, anzi un’identità, quella popolare più precisamente, Formica gioca con i simboli della tradizione.
Il suo background siciliano (è originario di Milazzo) l’ha immerso fin da bambino in un humus culturale che è riuscito a rielaborare solo una volta trasferitosi a Milano, recuperando quel necessario distacco.
Un po’ come Jorge Amado, grandissimo scrittore del Popolo, il quale riusciva a narrare del suo natio Brasile solo quando si trovava a Parigi.

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 Looking at the sheets of my Indonesian reportage stained with Java tea I really start missing Yogyakarta.

In these days I’m in my hometown Sorrento surrounded by mandarini’s smell, writing the first draft of my book about Contemporary Art in Indonesia.
I’m trying to recollect the memories of these days in Yogya, from the amazing studio of Heri Dono to the taste of the Pisang Goreng, the fried banana with melted javanese sugar and chocolate.

We don’t have original Java tea here in Sorrento; I’ve to content myself with the Lipton version.
Whatever, tea is tea. As Proust teaches: “As long as you have a madeleine, a pancake or a fried banana to be dipped in tea, you could recollect memories”, or something like it.
I feel like adding to Proust’s statement that all the contemporary art starts from a substantial breakfast. Definitively I’m on the good track.
Actually, can I have extra chocolate on my Pisang Goreng?

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“Don’t look at the pictures” could be the subtitles of the Demian’s Gagosian exhibition.

The antefact is that the January 12, will be Damien’s shows in the Gagosian Gallery worldwide. “Twenty five years of Spot Paintings” it’s the official title, and seems to be very serious, even knowing the brat who Damien is.
No corpses, no putrefaction, no flies… it could be a relaxing exhibition.

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Per due giorni all’anno Eduardo De Martino, riprende i pennelli, li intinge nell’olio di lino, misto a due gocce di essiccante per essere sicuro di rispettare i tempi, e comincia a dipingere.

E’ ormai anziano, centenario, il suo animo è pacificato, basta incrociatori, corazzate, corvette e fregate, stavolta il suo è un quadro “in fieri”, dove con una campitura cerulea crea il cielo, e tuffandosi nel turchese lo distacca dal mare. Poi pennellate leggere di bianco titanio, tic tic, come in un minuetto, e si materializzano delle piccole vele, nel picchiettare una virgola rossa, è Fara, e questo è il Trofeo De Martino, un dipinto che dura circa 4 ore, nasce e scompare in due giorni, ma rimane molto più a lungo nella memoria emotiva dei suoi partecipanti e di coloro che, affacciati dalla costa alta e rocciosa, ne osservano la leggera poesia.

Le imbarcazioni dipinte da De Martino, si trovano nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo, coerentemente alla vita di un uomo che ha percorso come decoratissimo ufficiale di marina e come ispiratissimo pittore le rotte che da Meta di Sorrento conducono all’Inghilterra e al Sudamerica.

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Sarà anche inserita all’interno del Festival Internazione della Fotografia di Roma, ma la mostra “Il teatro dell’effimero”, comprensiva di più di trenta scatti che ripercorrono l’attività di Giuseppe Desiato dal ‘60 al ‘78, è molto di più.

Forse.
Ecco, la prima impressione è di smarrimento.

Bisogna prendere le foto esposte per fotografia vera e propria, imbattendosi così in istantanee strappate ad un mondo onirico, oppure bisogna vederle come documentazione delle perfomance messe in scena da Giuseppe Desiato?
E’ questo il bello, e forse si tratta proprio la stessa cosa di cui ci parlano le donne, gli uomini, i bambini e i manichini un po’ sfocati dentro le loro cornici: la fluidità delle cose.

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In qualche caso si è trattato di affrontare all’andata un mare burrascoso in aliscafo e un altrettanto traumatico ritorno in circumvesuviana, ma i pur strazianti sussulti, cigolii e stridii di un treno che sembra sempre essere sul filo del deragliamento, non si sono rivelati bastevoli a dissolvere nella tensione la dolce dimensione-illusione anticoromana che poi era la meta del viaggio.
Il  titolo scelto per la mostra ospitata dal Museo Archeologico di Napoli è “Alma Tadema e la nostalgia dell’antico”, una spettacolare rassegna di artisti di fine ‘800 capaci di far rivivere in pennellate vita quotidiana e antichi fasti di un mondo del quale non rimangono che rovine e le testimonianze pompeiane. Questi artisti lavoravano organizzandosi dei grossi archivi fotografici di pezzi originali, molti dei quali sono attualmente conservati all’interno dello stesso Museo Archeologico che, con un operazione di grande interesse, ha deciso di esporli a fianco dei quadri che li ritraggono.
L’esposizione è intitolata al pittore olandese adottato dell’Inghilterra Sir Lawrence Alma Tadema, artista fino ad ora ingiustamente poco considerato in Italia. In realtà, girando per le sei sezioni allestite si fatica a ritrovare i quattordici quadri promessi.
C’è da dire però quei pochi pezzi esposti, probabilmente neanche i più rilevanti, sono spettacolari.

Dalle grandi tele impeccabili nell’accostamento cromatico, descrittive senza perderne in poesia, precise e evocative, ai piccoli acquerelli e oli (uno su tutti, “la scala”, tavola oblunga e stretta in una cornice dorata, un raffinato oggetto-idolo  per cui perdere la testa) tutto in Alma Tadema ti dà l’impressione di affacciarti alla finestra della storia.
Chi ha avuto modo di poter ammirare i suoi quadri solo in riproduzioni certo non rimarrà deluso. D’altronde fino ad ora un Alma Tadema così non si era visto in Italia, e chissà quando accadrà ancora…

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nieletoroni

Ci sono artisti che non si abitueranno mai all’invadenza della tecnologia in campo artistico, ce ne sono altri per il quale lavoro si rende indispensabile, e infine c’è chi pur non utilizzando per niente il mezzo tecnologico lo richiama nella propria opera a livello subconscio. Subito dopo c’è Niele Toroni.

Com’è possibile che il più minimalista dei pittori la cui ricerca artistica si basa sulla ripresa dell’essenza della pittura evochi così distintamente un immaginario diametricalmente opposto?

Basta pensare ai pixel.

Sono pixel i quadratini di pittura monocromatica con cui Toroni ritmicamente dipinge le grandi tele, la carta, le pareti della galleria Artico; invariabili sono le misure del pennello che utilizza (il n.50) e i centimetri di intervallo tra un segno e l’altro (30 cm).

Eppure, proprio quando ci si convince di questa analogia, quando lo sguardo si fa più indagatore, ci si rende conto che sotto l’apparente schematicità, ogni impronta è diversa dall’altra, per quanto impercettibilmente.
Ed è proprio allora che l’uomo, impone la propria imperfezione, un’artistica imperfezione, contro la fredda perfezione della macchina che diventa così mera ripetizione, non più arte ma matematica.

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sarahmcginity

Più pop di una Big Bubble, più rancida di un frutto marcio, equivalente in termini di valori (o assenza di valori) forse solo a un “Destroy” di Isabella Santacroce, la mostra “Past is History” si offre come un’interessantissima, entusiasmante immersione nell’immaginario sfegatatamente suggestivo di quattordici giovani artisti inglesi, una furiosa visione che poi è quella di tutta la loro generazione.

La prima parte della mostra si è aperta il 28 maggio presso la sede romana della Galleria Changing Role, e il 30 maggio la seconda parte nello spazio napoletano; questo ha permesso all’artista Alexis Milne di preparare la performance “The Resurrection of Don Dirty Honky” che si sarebbe mossa tra le due gallerie come trait d’union, mettendo in scena, tramite una bara colorata da graffiti, la morte e la resurrezione del suo personaggio.

In un primo tempo l’idea trainante che avrebbe dovuto accomunare gli artisti inglesi sarebbe dovuta essere un’ispirazione gotica horror, era previsto il titolo “Ring Generation” proprio per sottolineare come capolavori fantasy come “Il Signore degli Anelli” abbiano profondamente influenzato le ultime generazioni. Questa suggestione iniziale, poi accantonata dalla maggior parte degli artisti della collettiva, permane in termini molto evidenti soprattutto nelle opere ad olio di John Stark, il quale si propone con paesaggi cupi, desolati, impregnati di una estetica da ciclo fantasy, sempre sottintesi come scenario di una narrazione. Sulla stessa scia, ma più inquietantemente acida e punk, è la grande tela di Kiera Bennett, maestra nel creare paesaggi dai toni verdastri, metafisici specchi di giovanili emozioni e paure. Nel caso di Alex Gene Morrison, le angoscie e i sentimenti umani si concretizzano in un enorme mostro nero, identificazione non immediatamente comprensibile non conoscendo la precedente opera dell’artista “Black Bile”, spalleggiato da altri piccole creature.

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