Naima Morelli

I Pixel di Niele Toroni – Galleria Alfonso Artiaco

nieletoroni

Ci sono artisti che non si abitueranno mai all’invadenza della tecnologia in campo artistico, ce ne sono altri per il quale lavoro si rende indispensabile, e infine c’è chi pur non utilizzando per niente il mezzo tecnologico lo richiama nella propria opera a livello subconscio. Subito dopo c’è Niele Toroni.

Com’è possibile che il più minimalista dei pittori la cui ricerca artistica si basa sulla ripresa dell’essenza della pittura evochi così distintamente un immaginario diametricalmente opposto?

Basta pensare ai pixel.

Sono pixel i quadratini di pittura monocromatica con cui Toroni ritmicamente dipinge le grandi tele, la carta, le pareti della galleria Artico; invariabili sono le misure del pennello che utilizza (il n.50) e i centimetri di intervallo tra un segno e l’altro (30 cm).

Eppure, proprio quando ci si convince di questa analogia, quando lo sguardo si fa più indagatore, ci si rende conto che sotto l’apparente schematicità, ogni impronta è diversa dall’altra, per quanto impercettibilmente.
Ed è proprio allora che l’uomo, impone la propria imperfezione, un’artistica imperfezione, contro la fredda perfezione della macchina che diventa così mera ripetizione, non più arte ma matematica.

Così ci si ritrova a pensare che, paradossalmente, se dipingere con la stessa verosimiglianza di un Vermeer con l’aiuto di Photoshop è semplice oramai, non esiste però un medesimo pennello nella barra degli strumenti capace di riprodurre questa variabilità data in primo luogo dalla mano dell’artista, in secondo luogo dalla materia.

Quello che l’artista ha deciso di fare è indagare la pittura in sé senza troppi artifici, anzi, con estrema semplicità. Lo si può chiamare un ritorno alle origini o all’essenza del gesto, un volersi tirare fuori dal turbinare di movimenti pittorici che si sono susseguiti nella storia dell’arte ma contemporaneamente coinvolgendoli tutti nel proprio modo di fare pittura, proprio quando questa sembra aver perso di valore.

Ecco allora la condizione che accomuna tutti i pittori di tutte le epoche: l’artista, il suo colore, il suo supporto, il suo pennello, e tanto basta.

Niente finestrelle spalancate su mari blu o su tramonti rossi, inutile far lavorare troppo la fantasia. Si tratta di un’operazione che esclude ogni elemento figurativo o emozionale, se proprio si vuole cercare una soggettività la si può trovare pensando alle opere come ad una trasposizione su tela di una forma mentis ordinata la quale però ad un primo impatto si impone con più forza di una mera operazione concettuale, come se il colore così piatto, la disposizione così geometrica, incuriosisca e nel contempo martelli la membrana ottica dell’osservatore, prima che subentri quel processo di riflessione sulla variabilità di cui sopra.

In una totale mancanza di vissuto, fa eccezione un’unica opera che assume forma concreta solamente leggendo il titolo: “Omaggio di un vecchio miscredente materialista alla sua infanzia a Napoli”.
In questo modo i quadratini di diverso colore si trasformano immediatamente nell’immagine della famiglia sacra e della cometa,  una rappresentazione schematizzata al massimo in contrasto la disordinata complessità del presepe napoletano. Oltretutto, sempre tramite il titolo, di questa quarta personale di Niele Toroni viene offerta la più importante chiave di lettura: l’etichetta vicino dice ”materialismo”.

Naima Morelli

 

Pubblicato su Teknemedia

 

Giovedì 18 Dicembre 2008 > 31 Gennaio 2009
Niele Toroni
Galleria Alfonso Artiaco
Piazza Dei Martiri, 58 – Napoli