Naima Morelli

Desiato e altri altari effimeri (alla vita)

Sarà anche inserita all’interno del Festival Internazione della Fotografia di Roma, ma la mostra “Il teatro dell’effimero”, comprensiva di più di trenta scatti che ripercorrono l’attività di Giuseppe Desiato dal ‘60 al ‘78, è molto di più.

Forse.
Ecco, la prima impressione è di smarrimento.

Bisogna prendere le foto esposte per fotografia vera e propria, imbattendosi così in istantanee strappate ad un mondo onirico, oppure bisogna vederle come documentazione delle perfomance messe in scena da Giuseppe Desiato?
E’ questo il bello, e forse si tratta proprio la stessa cosa di cui ci parlano le donne, gli uomini, i bambini e i manichini un po’ sfocati dentro le loro cornici: la fluidità delle cose.

Desiato è solitamente assimilato alla Body Art anni ‘70, o almeno è nel libro omonimo di Lea Vergine che si parla di lui in questi termini, dedicandogli finalmente l‘attenzione che un “cane sciolto“ come lui da tempo meritava; di certo Giuseppe è figlio di un periodo dove l’arte proprio non ce la faceva a stare dentro ad una cornice, e questo specialmente a Napoli dove, mentre Hermann Nitsch (pur ritratto in un’inquietante fotografia da Desiato stesso) e Marina Abramovich seminavano, per farla breve, morte e distruzione allo Studio Morra di via Calabritto, lui sgambettava per i vicoli con gli scugnizzi, o se ne andava nella vicina Sorrento a coinvolgere nel suo vortice artistico persino le svedesi in vacanza.

Quando il confine tra arte e vita, esistenza reale e proiezioni diventa così labile, l’artista contribuisce a confondere le cose. O a mistificarle. Desiato raccoglie tutto quello che trova per terra lungo il suo cammino e ci costruisce un teatro.
Un teatro dell’effimero, un anti-teatro greco di cui però diventa il Dioniso catalizzatore di energie.
Il popolo non lo comprende probabilmente, ma lo asseconda in maniera quasi incredibile; “Mi credevano un mezzo pazzo”, afferma lui.
I bambini, i suoi satiri, si divertono con lui, perché lo riconoscono come loro simile, perché il confine tra gioco e realtà non esiste.
Le sue menadi invece hanno i peli sotto le ascelle. Non solo perché erano i “mitici anni ‘70”, ma perché lui, che una Anne Beecroft non l’avrebbe potuta concepire nemmeno lontanamente, prende la gente per la strada.
Si può dire facesse le madonne alla maniera di Caravaggio. “Non voglio fottute modelle” è il grido che ricorda ancora l’assessore di Padova il quale gli doveva fornire il materiale per una performance sul tema della sposa.
Questa tematica ricorre anche in tre bellissime foto datate 1965 esposte in nella mostra, ritraenti l’addobbo di una bellissima ragazza bruna in costume da bagno come se fosse una bizzarra statua in una sorta chiesa vacanziera tutta da immaginare. Ma Desiato-Pigmalione non ci sta alla fredda realtà del marmo; la sua madonna adornata di fiori come per le feste di paese diventa carne abbronzata, madonna mediterranea.

Ma dov’è la realtà se la madonna è sotto un velo di plastica, se al posto della testa c’è un volto sulla copertina di un giornale, se ventre e seno sono posticci, di cartapesta, se non si capisce qual è il volto, qual è la maschera, qual è la bambina e qual è la bambola?
Sono riti popolari, come idoli sono i suoi “Monumenti effimeri”, serie di assemblaggi composti da qualcosa di umano, che si tratti di una ragazza o di un manichino, e materiali vari a formare altarini improvvisati.
Proprio perché dall’idea alla messa in pratica intercorre un tempo irrilevante, cosicchè “pensare è per gli stupidi, i geni lasciato tutto all’improvvisazione” , Desiato preferisce il termine happening a performance.
L’istinto alla vita diventa soggetto, il desiderio di effimero non nell’accezione di inutile, ma di necessaria mitizzazione corale.

In conclusione, quello che si potrebbe leggere in prima istanza come un provocatorio nell‘opera dell‘artista, ad un’analisi più profonda è quanto di più distante possa esserci dalla provocazione sterile, inutile di cui tra l’altro buona parte dell’arte contemporanea si nutre, a partire proprio dal periodo di sperimentazione in cui è cominciato il percorso artistico di Desiato. L’andare contro i tabù sessuali, il paganizzare il religioso, il cristianizzare il pagano. Roba, anzi robba, di Napoli dove nel presepe mettono le attrici delle fiction e nelle vetrine dei pasticcieri vediamo le processioni di cioccolato.
Dissacrante semmai, si potrebbe dire, ma quanta potenza poetica nell’opera dell’alchimista che è riuscito a trasformare la plastica in oro!

 

Naima Morelli

 

17 aprile 2009 ore 18

Galleria Delloro
Via del Consolato, 10 – Roma

 

(Pubblicato su Teknemedia 2009)