Naima Morelli

Pablo Rubio, la difficoltà della prima persona singolare

Tre stanze, quella della Galleria Ingresso Pericoloso, per cercarsi, e non è forse vero che il modo migliore per trovarsi è comunicarsi?

Lunghe passeggiate dai Fori alle borgate facendo da psichiatra e da paziente ad un amico, in una città che passa dalle vestigia romane ai palazzi di periferia, lasciandosi attraversare da così tante realtà differenti, dalla cosiddetta Dolce Vita agli sberleffi di Montecitorio, ma rimanendo sempre Roma.

Ci hanno costruito dentro in troppi stili diversi e troppo velocemente, potremmo crollare da un momento all’altro, ma possiamo anche avere il privilegio di riuscire sempre diversi, cambiare abiti repentinamente senza apparente continuità e passare da un Borsalino a un berretto da rapper nell’arco di pochi minuti, risultando sempre più o meno credibili.

Per quanto mi riguarda, “Uno, nessuno e centomila” l’ho sempre trovato molto più interessante di “Conosci te stesso”. Peraltro i due motti i non sono necessariamente a contrasto, e forse è proprio questo che grida Pablo Rubio guardando verso l’alto nei suoi numerosi ritratti fotocopiati e trattati ciascuno in maniera diversa; applicazioni di garze, metallo, pittura, collage, tali modificare un aspetto esteriore comune.

Lì però, più che euforia, la stessa che potrebbe subentrare dopo la visione di un, chessò, “I’m not here” di Todd Haynes, si legge disagio; si affaccia l’ipotesi che tante identità deboli siano più soggette a confondersi nelle polveri delle tante altre identità macinate degli altri.

Eppure di entità deboli non si tratta: ogni ritratto di Pablo Rubio ha una sua grandissima forza intrinseca, tale che sganciato da tutti gli altri, i quali pure ricoprono le tre pareti della stanza dando un senso di accerchiamento quasi autoritario, ciascuno di essi esprime una grandissima personalità.

Sarà che ogni autoritratto ha in sé un oggetto appartenuto al vissuto dell’artista il quale, sebbene il riferimento sia compreso a fondo solo da lui stesso, evoca comunque scenari spesso comuni, appartenenti a questo senso di spaesamento così moderno.

Niente sdolcinatezze per Pablo però; le sue intenzioni sono quelle di una severa denuncia nei confronti della società, sempre più cieca, sempre più indifferente, quindi di conseguenza madre alcolista, destabilizzante per la costruzione di individui maturi e saldi nei loro principi morali e nelle loro convinzioni. Ed eccoli nelle loro cornici bianche i frantumi del sè, ancora vivi come le code delle lucertole, cocci della tragica frammentazione contemporanea che incrementa la vendita di lettini e camicie un po’ troppo strette.

Eppure, proprio per via dell’object trouvè di cui sopra, ad ogni autoritratto è legato un ricordo, e come sappiamo sono i ricordi a darci senso e spessore. Il tema della memoria, attualissimo, lo  approfondirà anche nell’istallazione della stanza seguente, un ammasso di libri come buttati giù dagli scaffali, dalle sembianze vagamente Anselm Kieferiane, trattati affinchè abbiano un aspetto antico e vissuto, nascondono immacolate pagine bianche, stampate, dove si nascondono testi cari all’artista, le sue poesie, pagine del suo diario e comunicati stampa delle sue mostre, ovvero cercarsi nel fare, o meglio nelle tracce scritte che testimoniano. Insomma “Sentirsi niente porta la gente a disperarsi, per questo devo scrivere chi sono sui fogli sparsi”, volendo sottotitolare l’opera con la voce bassa e tagliente di Primo.

Pablo Rubio, come tutti i poeti che non hanno vergogna di attingere al proprio vissuto personale per esprimersi appieno, fa partire questo lavoro da una figura a cui era particolarmente legato, quella della nonna, vittima dell’Alzeheimer, quindi diventata improvvisamente incapace di riconoscere familiari e ricostruire il proprio passato. E’ un tema molto attuale, approfondito dall’artista solo nell’ottica delle riflessioni che questa esperienza ha fatto nascere in lui, ma che invece Pupi Avati per esempio ha portato proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche.

E arriviamo così alla terza stanza della galleria, che spesso viene riservata ai pezzi forti.
Rubio stavolta mette in scena un’evocazione della memoria che sembra la versione dark di quei giochi di luci ed ombre colorate nelle camere dei neonati. Questa massa di filamento pigmentato di nero, materiale che ha usato anche altre volte in passato, si snoda in una specie di polpo con i tentacoli all’aria, di albero rovesciato volendo attenersi alla simbologia cara all’artista, di corteccia cerebrale per i neurologi, di implosione per il mio compagno di mostre, di buco nero per il gallerista Massimo, di chioma carnivora per il suo parrucchiere.

Comunque sia, l’impatto estetico di questi fili impregnati di fibre nere convergenti verso l’alto, quasi uno schizzo a carboncino sulle pareti immacolate di una stanza fattasi improvvisamente intima e contenuta, unitamente al gioco di luci estremamente suggestivo restituiscono una dimensione puramente mentale.

Si tratta di un “pensatoio” dove, nonostante l’aspetto palesemente inquietante dell’opera un po’ à la Sergio Ragalzi come immaginario, la riflessione può essere stimolata e quasi tradotta visivamente, vomitata fuori in maniera più che liberatoria direttamente dal proprio subconscio.

A terra, discrete in un angolo della stanza, un paio di forbici ingarbugliate nella matassa scura, testimoni, non si sa se vincenti o perdenti, di un tentativo di recisione, o di messa in piega, anche questa metaforica ovviamente.

 

Naima Morelli

 

15/10/2010

Pablo Rubio, Identità Frammentata

Galleria Ingresso Pericoloso, Roma