Naima Morelli

Gian Marco Montesano – La Canzone del male – Historikerstreit

Non si tratta di disseppellire vecchie ideologie defunte, men che meno di celebrare i grandi schieramenti del secolo scorso, nazismo e comunismo(in questo caso non ideologie astratte ma riferite con esattezza ai due grandi totalitarismi di Hitler e di Stalin): la questione, in effetti, viene posta in termini meno semplicistici e parte da presupposti molto più profondi.
Dice l’autore del misfatto artistico, per così dire, Gian Marco Montesano: “La questione di sapere se sia giusto o ingiusto demonizzare l’intera Germania a causa del Nazionalsocialismo, così come lo stabilire se i crimini di Hitler siano inferiori, superiori o equivalenti ai delitti di Stalin mi è del tutto estranea. La problematica che mi ha sempre occupato non è mai stata di ordine politico quanto piuttosto di natura concettuale: stiamo parlando della natura del Male”. Da cristiano ex militante nelle file populiste Montesano si interroga, come ogni donna o uomo dotati di un minimo di approccio critico alla realtà: “Cos’è esattamente il Male?”

Partendo dal presupposto che il Male è insito nella creazione, nella storia e nelle singole persone, l’artista non pretende di trovare col proprio lavoro una risposta definitiva a interrogativi che i migliori teologi e filosofi non sono mai riusciti a risolvere. Il compito dell’arte, si sa, non è quello di sciogliere ancestrali dilemmi, piuttosto si occupa di sensibilizzare l’individuo:“Ho sempre e solo inteso tradurre, nell’eloquenza semplice e diretta delle immagini, la persistenza di un problema centrale e, evidentemente, insolubile”

Impossibile restare in uno stato d’animo indifferente, passando in rassegna le pareti della galleria Umberto di Marino dove sono esposti i dipinti di Montesano, riproduzioni fedeli di manifesti propagandistici di regime. Nell’accostamento delle immagini a coppie, l’una ad esaltare la dittatura nazista, l’altra quello comunista, si nota immediatamente come queste siano, in termini di meccanismi comunicativi (persuasivi per meglio dire) ed elementi grafici, sostanzialmente simili: entrambi accattivanti come manifesti cinematografici.

E’ una riflessione, quella sulla propaganda politica, ancora di grande attualità; la manipolazione delle masse sembra trascendere l’ideologia, che forse adesso addirittura non esiste più, si dice, ma comunque persiste in ogni litigio a sfondo opacamente politico, quando si finisce per attaccarsi dandosi del fascista o del comunista.

Viene da chiedersi quasi subito però perché si sia scelto di approfondire questo tema con la pittura, quando sarebbe stato molto più facilmente trattabile con mezzi come la fotografia, dei video magari, oppure con il recupero vero e proprio dei manifestini propagandistici; la risposta la si trova analizzando la propria inquietudine davanti a queste tavole.

A Montesano non interessa dipingere un “3 maggio1808”, non vuole nemmeno fare quadri alla “Guernica”. Il suo utilizzo della pittura è puramente simbolico; nell’ambito di questa sua ultima personale lo si potrebbe tranquillamente definire un pittore concettuale.

Un dipinto, oltre ad avere la capacità svecchiare immagini ormai percepite come di un’altra epoca, presuppone soggettività, una partecipazione del pittore in primo luogo e dell’osservatore, sul frangente emotivo, che se disattento potrebbe fraintendere, chiedendosi a quale ideologia l’artista appartenga.
Considerando però, come ben sappiamo, che qui non si tratta di adolescenti un po’ invasati un po’ confusi – troppo spesso convinti – che disegnano svastiche o falce e martello sulle pareti della scuola (e a noi, per varie ragioni culturali, fa più paura la svastica), nella sua posizione di uomo e di artista, Montesano prende ovviamente le mosse da entrambi i simboli.

Eppure, come si legge nelle sue Confessioni di un reazionario: “Essere contro la storia non significa essere fuori dalla storia”

Queste dittature, ci dice l’artista, hanno influenzato la società occidentale in maniera profondissima e irreversibile, al di là di ogni revisionismo che vorrebbe magari assolvere un Hitler, forse davvero convinto di star facendo del bene mentre flagellava l’Europa o parimenti santificare uno Stalin.

Forse, si può ipotizzare osservando i vigorosi giovanotti che si impongono sempre fieri, sempre ottimisti su questi manifesti tendenti agli stereotipi, è proprio dalla volontà del Bene che nasce il Male.

E così, con questa personale, il lavoro sul tema dell’”Historikersreit”, la disputa sul revisionismo, condotto da Montesano sin dagli anni ’80, giunge a compimento, in un momento storico nel quale è necessario, doveroso, fermarsi a riflettere sulla propria identità di popolo, tenendo conto di un doloroso passato che non può ancora dirsi archiviato.

 

Naima Morelli

 

“La Canzone del male”  di Marco Montesano, Galleria Umberto di Marino Arte Contemporanea,  Napoli

 

pubblicato su Teknemedia, 2008