Naima Morelli

Tano D’Amico, l’intervista

 

Tano D’Amico lancia al registratore appoggiato sul tavolino uno sguardo lungo, obliquo, minaccioso, di assoluta disapprovazione. E si che è stato lui a dire che la macchina fotografica è stupida, ragionevolmente non considererà un registratore tanto più intelligente: “Preferisco che tu scriva quello che ti rimane impresso.”

Siamo seduti ad un bar vicino l’Accademia di Belle Arti di Roma, in Via di Ripetta, e già qualche studente si è seduto al tavolo con noi, accolto con allegria da Tano.
C’è un’empatia naturale e reciproca tra i ragazzi e il “loro” fotoreporter, quello che gli ha fornito le immagini mitologiche delle rivolte studentesche, dagli anni ’70 fino ad oggi, oltre le banalizzazioni “pornografiche”, come le definisce lo stesso D’Amico, che i media erogano a getto continuo: “Sono immagini brutte, che non aiutano a vivere, bloccano la memoria, spesso non aiutano nemmeno ad esorcizzare il presente. Sono immagini fatti con gli occhi del boia, in una sorta di compiacimento della crudeltà, con l’alibi della documentazione. In queste immagini il carnefice ha un quoziente di umanità maggiore della vittima e sono indispensabili per chi comanda.

Una bella immagine invece per me è quella che ti chiede di ripercorrerla, a completarla, mi fa riflettere, e in definitiva restano.”

Si commuove parlando di fori stenopeici primitivi, da cui secondo recenti studi discenderebbero le prime forme artistiche umane, poi con capacità affabulatrice racconta straordinari frangenti in cui si è trovato nel suo lavoro di fotoreporter, dalla campagne italiane alla Bosnia, chiarendo di non aver mai fatto delle foto per ridere: “Per me fotografare è sempre qualcosa di estremamente penoso; inutile eppure indispensabile, come l’amore, l’amicizia.”

Senta Tano, lei se ne sta seduto qui con l’aria di chi ha noia persino di firmare un certificato, figuriamoci mettere una didascalia sotto una sua fotografia.

Non ne parliamo! Ho sempre avuto un pessimo rapporto con le didascalie, che è anche questo un modo di depotenziare le immagini.

Io sono diventato conosciuto quando le mie fotografie apparivano anonime su Lotta Continua e su Potere Operaio. Lo sapevano tutti che le facevo io, perché ero io che ero fatto in quel modo, ed era quel mio modo di essere che traspariva dalle mia immagini.

Certo, mi è capitato di firmarmi con un nome fittizio, su “Quotidiano Donna” ad esempio, che era un giornale fatto solo da donne, nonostante tutti sapessero chi fosse il reale autore di quelle fotografie. Si salvava scherzosamente un’apparenza, io ero Renata D’Angelo.

Che è un bel nome.

Totalmente contro la griffe insomma…

 La firma serve solo a chi non dice niente.

Qual è secondo lei oggi il potere sociale dell’arte, della fotografia più in particolare?

 E’ un discorso di qualità, alcune immagini più che incidere direttamente nel sociale, incidono indirettamente, ma con più profondità, nelle coscienze. Io sono figlio di certe immagini, non come fotografo, ma come essere umano.

Da bambino ero un piccolo randagio piombato nella Milano degli anni ’50 da un’isoletta del profondo sud. Allora non potevo permettermi i divertimenti dei miei coetanei, in compenso c’erano dei bellissimi musei aperti a tutti che io, pur non avendo mai letto una riga di arte, frequentavo.

Non ho mai dimenticato un piccolo quadro che evocava un mondo di campagna che mi apparteneva, pur rappresentando le contadine della Bretagna. Quel dipinto mi attirava tanto perché mi ricordava mia nonna. L’autore era Van Gogh, l’unica sua opera presente a Milano, ma ci fosse stata sotto la firma di Giovanni Rossi per me sarebbe stato lo stesso. Però ecco, Van Gogh si è fatto capire.

Quando lei ha cominciato la fotografia non era così alla portata di tutti. Come questa “democratizzazione” della tecnologia ha cambiato la figura del fotoreporter?

 No, non di tratta di democrazia, le macchine non c’entrano niente. Con questa facilità di fare immagini sono sempre di meno gli occhi che vedono per tutti, come diceva Mulas. Duecento canali televisivi e vediamo sempre le stesse fesserie. Le ferite del mondo vengono documentate all’indomani della tragedia, spesso in modo banale, poi passato il clamore vengono velocemente accantonate.

E quando le dicono che non se ne può più, che siamo sommersi dalle immagini?

Ma questa è una cagata pazzesca! Una cosa veramente…Io ricordo che quand’ero piccolo vedevo una grandissima quantità di immagini, erano “immagini poste in essere”, quello che succedeva insomma, e che io conoscevo vivendo in una piccola realtà, nella mia piccola isola. Vedevo degli spettacoli naturali incredibili, le trombe marine, gli uragani, il sole, il vento che sollevava le onde che poi continuavano sulla terra, con i campi di grano, di orzo, le vigne… ma poi adesso? I giornali hanno le stesse immagini. Sembrano scritti dalle stesse persone.

Non c’è più una Matilde Serao che scriveva del colera, un Benedetto Croce che scriveva delle pietre di Napoli, dei vicoli, delle strade, delle finestre, dei posti dove si erano svolti i fatti.

Adesso i giornali non raccontano più, documentano con gli occhi della Confindustria, e forse non mi interessa.

E poi dicono che i gggiovani non leggono i giornali!

Certo, ma la domanda si dovrebbero fare è: “Perché non leggono i giornali”. Anzi: “Perché dovrebbero leggere i giornali?”

Volendo però si ci può informare anche in maniera più autonoma, su internet ad esempio.

Autonoma…vedi, io non ho mai creduto né alle fatine buone né al diavolo cattivo… quella che dici tu è un tipo di informazione che così come viene data viene tolta.

Anche Google News mi propone le immagini delle ragazze di Berlusconi, e sono immagini estremamente compiacenti, addirittura pubblicitarie. Dovrei essere invidioso di Berlusconi o essere attirato dal tipo di bellezza di quelle ragazze? E poi comprare quel tipo di biancheria intima o quei mobili?

Eccola, è saltata fuori la parola: “bellezza”. Mi dica cos’è per lei.

 Una volta due innamorati pazzi, ma pazzi nel senso vero e proprio della parola, mi hanno chiesto di fargli una fotografia. Erano controluce, avevo il 28 che non va bene per i ritratti, ma per non perdere tempo ho scattato lo stesso; loro si tenevano tutti abbracciati, nella foto le loro braccia sembravano quasi delle gomene. La mia collega Carla Cerati, che ha documentato i manicomi con Berengo Gardin, ha scritto: “Attenti, per Tano i pazzi sono belli!”, imputandomi un’ estetizzazione della follia, della patalogia.

Quello che invece ho sempre voluto affermare è che le condizioni della pazzia sono terribili, ma gli esseri umani sono belli.

Come è scritto nelle più antiche scritture, l’uomo quanto più è in mezzo ai guai tanto più è vicino a Dio.  Il difficile è farlo vedere. Non si tratta di una visione parziale, di un occultamento degli aspetti dolorosi, di nascondere, ad esempio, una malattia, ma di mostrare l’uomo che nonostante tutto esiste.

Quindi la Bellezza per lei è qualcosa di strettamente legato alla Verità…

Mi sono chiesto spesso cosa sia questa Verità.La Veritànon è solo la denuncia di un accaduto, ma è il far entrare quel determinato evento nel cuore di ciascuno. La fredda documentazione è pornografia, in senso esteso, non solo quando mostra i corpi di cui si fa strazio.

Siccome lei appartiene ad una categoria di fotografi del tutto particolare, quella dei fotogiornalisti, è doveroso chiederle quanta rilevanza da all’aspetto formale delle sue fotografie rispetto alla comunicazione.

In realtà dopo lo studio le mani e gli occhi sanno già cosa fare. Di sicuro nelle situazioni di concitazione non si ci può mettere a valutare tutti parametri. Però se uno conosce Cosmè Tura, i pittori bizantini, Van Gogh, ha insomma una certa cultura visiva, viene da sé che le linee combaciano.

E invece, a livello emotivo, quanto è coinvolto nella situazione quanto ha bisogno di esserne al di fuori per poterla rappresentare?

 Questo è sempre stato un problema, ed è anche il motivo per cui non ho mai voluto fare sino in fondo il lavoro che faccio. Io voglio bene alle mie fotografie, ma nutro verso di loro un sentimento di estraneità. Sono quasi invidioso di loro, perché loro hanno vissuto, mentre io ero impegnato a fotografare.

Ricordo che ad un tratto, a trentatré anni, una notte scoprii di non avere una mia vita. Di vivere delle gioie e dei dolori degli altri, e soprattutto che questo non era nemmeno tanto male.

Quello che mi salvava era passare, grazie al mio lavoro, dai lutti alle feste nell’arco di poche ore. I soldati che scendevano in piazza, l’amore, le manifestazioni; questo cambio di scenari mi ha sempre assorbito e mi ha consentito di farla franca.

Si, gli voglio bene alle mie fotografie, ma sono convinto che le più belle immagini continuano a vivere di vita propria.

Naima Morelli