Naima Morelli

Emiliano Zelada come la neve non fa rumore

Pinocchio è stato inghiottito dalla balena, ma quando si trova nella prima stanza della Galleria Ingresso Pericoloso ancora non lo sa.

Ne vede le vertebre scure, ma crede siano scale, una stairway to heaven a chiocciola la cui sommità non è possibile raggiungere, poi concentra la sua attenzione su delle strutture tubolari simili a flauti, mentre un rumore ancora lieve, vagamente minaccioso, fa da eco ai suoi passi.

Decide di chiamare tutti i suoi amici, quelli del paese del balocchi, con la chiara intenzione di far baldoria in quello spazio tutto bianco interrotto dalle misteriose istallazioni nere.
Non l’avesse mai fatto: il rumore cresce esponenzialmente quanto più Pinocchio e i suoi amici si agitano, diventa insopportabile, l’organismo si ribella, tutti i buttano a terra con le mani sulle orecchie e si dimenano ancora di più, ma il rumore non cessa anzi, aumenta ancora e sembra gridare: “Siete troppi, state fermi, questa vostra smania, andate via, via, via!”

E in effetti gli amici dei balocchi se ne scappano dalla porta di uscita, con i timpani rotti e tutti scombussolati, invece Pinocchio va avanti e prende fiato in una stanza sul quale candido muro sono dipinti in nero della specie di foglie, riprese anche dai tre disegni sulla parete.
E’ un linguaggio che ha la forma estetica di un Mirò, di un Calder, ma la sua potenza inespressa sta proprio nel fatto di poter essere tradotto da chi conosce quel particolare tipo di musica.

Come nella migliore favola compaiono due musicisti, Giulia Cozzi con il suo flauto traverso, e Josè Alberto Gomes con il suo computer; dopo tutto quel baccano spaventoso un po’ di armonia è davvero necessaria per le orecchie di legno del burattino.
La musica più che elettronica è elettrizzante, misteriosa, piena di presagi.

Terza stanza.

Adesso lo capisce, povero Pinocchio, di essere davvero nel ventre della balena, trascinato con il grande cetaceo in fondo al mare, e com’è profondo il mare, completamente buio, solo dei suoni fungono da punto di riferimento, ma appena il burattino crede di averne trovato la fonte, ecco che si interrompono e cominciano a risuonare da altre latitudini, fino a diventare un suono fisso e stordente.

Immersi nell’oscurità che sembra quasi un’apnea, si finisce fuori dal tempo e dallo spazio, riemergendo infine con una strana consapevolezza.
Ed ora lasciamo da parte le favole e parliamo di Zelada, che da Ingresso Pericoloso ci aveva già messo lo zampino – in senso abbastanza letterale – alla scorsa collettiva “Across”, sempre in questo spazio.

Nonostante questo utilizzo del suono come elemento fondamentale del suo linguaggio, la prima impressione confrontandosi con il suo lavoro è cromatica.
Bianco e Nero, proprio come Silenzio e Rumore, come uno spartito; il resto dei colori sono la gamma di sensazioni e riflessioni individuali che non si può far a meno di provare, avendo a che fare con questi lavori.

La sua forma mentis di disegnatore che non disegna è chiara fin dal funzionamento della prima stanza; l’attivazione del frastuono crescente proporzionalmente alla quantità e al movimento delle persone presenti nella camera non è attivato da sensori di peso posti sul pavimento come si potrebbe credere (magari in seguito alla visione di troppi film), ma da un software che legge il contrasto cromatico tra la stanza bianca e gli elementi scuri in aggiunta alle strutture nere preesistenti.

Il riferimento è chiaramente all’azione distruttiva dell’essere umano sul pianeta, azione che gli si ritorce inevitabilmente contro; impatto negativo dell’uomo e rivolta della natura sono consequenziali, anzi coincidenti in questo terribile baccano, una condizione di saturazione.

La seconda stanza, quella di “decompressione”, silenziosa una volta finita la performance dei musicisti tenutasi durante il vernissage, è animata da questa partitura che è interpretabile con un certo margine di libertà da parte del musicista. Si tratta di una vera e propria opera aperta alla maniera di Stockhausen.

L’ultima stanza, quella buia, “The Un-Heard Story of a Whale Society” è estremamente coinvolgente. Nero, buio, circondati da questi suoni, senza punti di riferimento spaziali si diventa puro pensiero, si entra nel ventre della balena o si ridiventa feto. Sperduti e inermi siamo guidati unicamente da questi ancestrali suoni di mammiferi.

La frequenza fissa e fastidiosa che subentra alla fine dei richiami corrisponde alle interferenze sonore prodotte dagli uomini, che ancora una volta vengono a turbare il delicato equilibrio naturale.

Sappiamo che il silenzio assoluto non potremo mai sentirlo, per la stessa ragione secondo la quale Goethe diceva che un colore che nessuno guarda non esiste, ma tutto quello che un artista può fare è parlare del silenzio fino a materializzarlo come una presenza necessaria.

Emiliano ha realizzato questo obiettivo non come una sperimentazione fine a se stessa, ma con un coinvolgimento emotivo lontano da retoriche o gridi d’apocalisse, ma anzi rivolgendo una preghiera alla bellezza.

Un “Silent Collapse” ambientalista (inteso come richiamo al nostro ecosistema molto più profondo di un bollino verde sul vetro posteriore dell’automobile) che è anche un più prosaico “Can che non abbia morde”.

 

Naima Morelli

 

Inaugurazione 12 febbraio 2010
Ingresso Pericoloso
via Capo d’Africa 46 – Roma