Naima Morelli

Rimbaud rocks

Maledetto.
Maledetto è l’aggettivo che svela il collegamento tra rock’n roll e la boheme.
Già la beat generation aveva attinto a piene mani dall’opera dei maudits e dopo di loro i poeti-rockstar hanno guardato ad entrambi; eppure questa roba, queste immagini, questa attitudine, è tutta ancora valida, sempre bollente, mai totalmente innocua.
C’è poco da fare; nessun accademico, pur inserendolo nelle antologie scolastiche, riuscirà mai a ripulire la reputazione di Arthur Rimbaud, che era un ribelle, un fuggitivo, uno scapestrato, in breve una canaglia, come lo definisce già nel titolo il saggio di Benjamin Fondane (recentemente tradotto da Le Nubi).
Il fatto era che il giovane bohemien odiava la mentalità chiusa e provinciale dei suoi compaesani di Charville, odiava la sua vita grigia, si sentiva oppresso dalla madre, dalla sua eccessiva preoccupazione per la rispettabilità, dalla rigida morale, dalla religione vissuta in maniera soffocante, quindi cos’altro poteva fare, se non fuggire? Fuggì allora, ma non a casa della nonna.
Prese il treno per Parigi.
Fu proprio nell’intenso periodo parigino che scrisse la famosa “Lettera del veggente” dove diceva, in breve, che per pervenire all’ignoto bisognava sregolare i sensi mediante l’uso di droghe, che poi è quello che teorizzerà anche Aldous Huxley prendendo il titolo del suo libro da un famoso verso di William Blake, un altro grande poeta pazzo ispiratore del rock.
Già, “Le porte della percezione”. D’altronde lo sappiamo tutti, gli anni di Huxley erano i ’60 quando rigetto dei valori borghesi e l’abbandono dalla casa parentale erano diventati qualcosa di più della fuga isolata di un ragazzino francese dal ciuffo spettinato.

Ed ecco allora Rimbaud scrivere in una lettera indirizzata al suo professore di Francese, quasi a dare voce a tutti i futuri sessantottini,:“Lei non è più insegnante per me. Io Le dono questo: della satira, come direbbe Lei? Della poesia?È la fantasia, sempre. – Ma, La scongiuro, non sottolinei né con la matita, né troppo con il pensiero…”.

C’è la foto famosa di Rimbaud scattata da Carjat, il cui viso si scorge anche nelle serigrafie sui muri Charville. E’ stata presa probabilmente nel periodo parigino in cui il poeta scrisse Voyelles e le Bateau Ivre, e mostra un diciassettenne con gli occhi pallidi mezzi socchiusi. E’ quel genere di fotografia che se fosse rimasta qualche secondo di più sotto gli occhi di Andy Wharol ora si troverebbe riprodotta in serigrafie multicolori in un museo d’arte moderna.
Verlaine, raccontandolo come solo un amante a sua volta poeta può fare, scriverà di lui che era “alto, robusto, quasi atletico, il viso perfettamente ovale di un angelo in esilio, capelli castano chiaro arruffati e gli occhi d’un inquietante azzurro pallido”, occhi in cui poi vedrà “una dolcezza crudele e su quella forte bocca rossa una piega amara: misticismo e sensualità, e quale misticismo! Quale sensualità!”. Lo ritroviamo con i capelli più lunghi e più spettinati nel “Coin de Table” di Fantin Latour, con il “sorriso beffardo” che gli attribuì Mallarmè il quale, pur celebrandone la grandezza, l’aveva visto una sola volta e gli era sembrato avere qualcosa di una lavandaia.

Il suo destino fu molto simile a quello che toccherà a Syd Barrett: nacque genio, si imbottì di droghe e creò poesie sublimi e fulminanti. Poi sparì.
A diciannove anni smise di comporre, una decisione irreversibile senza pentimenti, e se ne andò in Etiopia a vendere armi, pelli, schiavi e merci, lasciando dietro di sé due soli libri di versi, le Illuminazioni e Una stagione all’Inferno.
In realtà morirà per un cancro al ginocchio a 37 anni, senza conoscere l’incredibile fama seguente alla sua riscoperta per mano dei Surrealisti, ma nell’immaginario collettivo rimarrà sempre come in quella fotografia che lo ritraeva a diciassette anni giovane e bello. Come per Jim Morrison; anche lui fermo con la chioma fluente, lo sguardo penetrante e le braccia aperte nel famoso scatto del celeberrimo servizio fotografico.
Tutti e due fluttuanti in bianco e nero nell’iperuranio platonico per l’eternità.

Rimbaud e Jim. Ma anche Rimbaud e Patti. Rimbaud e Bob.

Dei poeti maledetti Arthur Rimbaud è stato certamente quello che ha influenzato direttamente il rock più di chiunque altro; addirittura la Pattisopraccitata, la donna che fa di cognome Smith, lo ha definito “il primo poeta punk”. Ed aveva ragione, perché scioccava Arthur, provocava, con i suoi vestiti lisi, stracciati e bucati, così ben descritti in “Ma boheme”, alla maniera della collezione del ’77 di una certa Vivienne Westwood.

Rimbaud e Jim

Nel 1968, Wallace Fowlie, sessantenne docente di letteratura francese, riceve una lettera dal leader di un gruppo che allora andava per la maggiore e che lui aveva sentito nominare appena di sfuggita, forse per bocca di qualche sua alunna, chissà, il rock’n roll non era proprio il suo genere.
Quello che lesse il professore su quel foglio suonava più o meno così: “Salve, sono un cantante rock, la ringrazio per la sua ottima traduzione delle Illuminazioni di Rimbaud, il mio poeta preferito; lei non lo sa ma mi ha fatto un gran favore perchè vede, col francese non riesco proprio a cavarmela. Firmato Jim Morrison”.
Così Wallace Fowlie mise su il suo primo vinile di quel nuovo genere musicale così rumoso, prestando soprattutto attenzione ai testi, avvertendo echi familiari.
“Ma certo!” pensò quando all’ultima traccia si sollevò la puntina del suo giradischi, “Ma certo!” e scrisse un libro chiamato “Rimbaud e Morrison, il poeta come ribelle”.
E’ incontestabile che il Re Lucertola, oltre ad essere un lettore praticamente onnivoro, scriveva molto. Le poesie da lui composte, conservate nei suoi numerosi taccuini, hanno la stessa impronta di suggestioni suggerite di Rimbaud, e a testimonianza della passione che la rockstar nutriva nei suoi confronti, sappiamo che portava sempre con sé la sua copia de “Le Illuminazioni”.
Una volta addirittura si autodefinì “il Rimbaud in giacca di pelle”. Evidentemente sentiva il poeta francese particolarmente affine al suo spirito; entrambi si fecero notare fin dai banchi di scuola per via delle loro naturali grandi capacità , entrambi figli di militari, entrambi dotati di charme e sensualità e soprattutto tutti e due incazzati contro l’ordine costituito e l’autorità. Nell’incipit di “Una Stagione all’Inferno” Arthur  dice “Mi sono armato contro la giustizia. Sono fuggito.” Jim in una famosa intervista disse “Sono sempre stato attratto dalle idee di rivolta contro l’autorità. Amo l’idea di spazzare via e sopraffare l’ordine costituito. Sono interessato a tutto quello che riguarda la rivolta, il disordine e il caos”.
Passione, Anarchia, Gioventù. Rabbia e sbuffi. Le poesie di Arthur Rimbaud allo stesso modo di quelle di Jim Morrison non c’è bisogno di capirle; bisogna entrarci dentro, quindi lasciarsi trasportare dalle istantanee sconclusionate che aprono la mente, creando collegamenti e cortocircuiti.
Il confronto tra l’opera dei due poeti non smette di affascinare, come testimonia lo spettacolo “The Other Side- Rimbaud e Jim Morrison”, coproduzione del Teatro Il Sipario Strappato e Il Festival Internazionale di Poesia, che a fine 2007 si era ripromessa di mettere in scena queste due “vite senza compromessi armate contro la semplificazione scientifica della realtà”.

Rimbaud e Patti.

Patti Smith, già ammiratrice di Jim Morrison, incontrò per la prima volta Rimbaud su una bancarella dell’usato. “Le Illuminazioni” fu il suo primo vero e proprio libro di poesia. Lo vide e lo rubò. “Il linguaggio con cui era scritto mi sedusse totalmente, e mi innamorai” . Divenne presto il suo fidanzato ideale immaginario, e per un po’, quando conobbe Bob Dylan, lo pensò come una reincarnazione del poeta di Charville.

Cominciò a scrivere anche lei poesie, in quel linguaggio di associazioni sconcertanti, visioni. Poi dai semplici reading con accompagnamento chitarristico passò alla musica, ma non per questo si assoggettò ai ritornelli banali rinnegando il suo ispiratore, tutt’altro.
Al grido di “tre accordi e la forza della parola” stravolse il verso da canzonetta e fece azzuffare sul palco apollineo e dionisiaco.
Nel suo debutto “Horses” in “Land” canta incalzante: “.. and go Rimbaud! Go Rimbaud! Go Rimbaud… ”. La Radio del suo secondo album è “Ethiopia” alludendo alla seconda patria del suo beniamino; della title-track lei stessa ebbe da dire che si trattava del “racconto dei desideri di morte di Rimbaud” la cui foto compare anche all’interno del successivo “Easter”. Vita e opere del maudit francese ispirano parimenti vita e opere della madrina del punk. Le intenzioni di onorare il maestro spirituale si fanno esplicite nel suo libro poesie dell’inequivocabile titolo “Il sogno di Rimbaud” , dove si legge “Oh Arthur Arthur. Siamo nell’Eden dell’Abissinia. Facciamo l’amore fumando sigarette. Baciamo. Ma c’è molto di più”
Il suo ultimo tributo al poeta francese è uno spettacolo dall’emblematico titolo “Rock’n Rimbaud”, facile intuire che si tratterà di un mèlange di poesia e musica.

Rimbaud e Bob

Non è un caso se in “Io non sono qui”, l’ultima originale biografia in celluloide di Bob Dylan firmata Todd Haynes, una delle maschere che rappresenta un particolare periodo della sua vita, ovvero quella del poeta contestatore si chiama Arthur Rimbaud.
L’influenza del maudit francese sul Dylan è chiaramente leggibile, oltre che nel modo nel quale affronta temi delicati sotto un angolo poetico assai particolare, nel linguaggio ricco di simboli e voli onirici (prendiamo ad esempio una “Changing of the Guards”). Il suo modo di esprimersi è spesso, come in Rimbaud, quello di un poeta visionario che si trova già ben oltre la realtà. D’altronde lo stesso Dylan confessò il suo amore per la poesia di Arthur nella sua autobiografia, “Chronicles: Volume One”, ringraziando la sua ex.ragazza, l’artista Suze Rotolo, di avergli procacciato questa ed altre letture. Un chiaro omaggio al giovane bohemien è contenuto nella canzone”You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go” da “Blood on the Tracks”  che dice: “Situations have ended sad, / Relationships have all been bad. / Mine’ve been like Verlaine’s and Rimbaud. / But there’s no way I can compare / All them scenes to this affair, / You’re gonna make me lonesome when you go.”

Altri debiti più o meno grandi nei confronti di Arthur li hanno (sempre nell’ambito del rock visto che cantanti francesi ne hanno fatto man bassa) tra gli altri Van Morrison, i punk Joe Strummer, Richard Hell e  Penny Rimbaud (co-fondatrice dei Crass) e a quanto pare anche John Lennon.

Oggi con l’appellativo Rimbaud del rock ci chiamano Pete Doherty. Potete anche non condividere la cosa, soprattutto controllando a chi avevano assegnato precedentemente il titolo, però è così, e probabilmente quel simpaticone di Doherty se ne compiace anche, visto che sarà anche sporco, drogato e vestito Dior, ma illetterato non è, e i poeti maledetti sono citati tra le sue principali letture.
Maledetto. E poi c’è un’altra cosa. Libertà.

 

Pubblicato su Radioland

 

Naima Morelli 2008