Naima Morelli

Le teutoniche provocazioni di Paola Pivi e Jonathan Meese

1971, Milano. 1970 Tokio.

Un anno di differenza per due artisti, la prima italiana, il secondo, nonostante il luogo di nascita, tedeschissimo. Linguaggi diversi, ma poi nemmeno tanto, in quanto entrambi influenzati fortemente dall’estetica pop e accomunati da una regola portante per tutto il loro lavoro: la provocazione.

E’ nell’ambito della rassegna “Soltanto un quadro al massimo”, ideata da Ludovico Pratesi e dal direttore dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo dr. Joachim Bluher che il confronto tra i due artisti di fa esplicito. Il ciclo espositivo, giunto oramai alla decima edizione, fa dialogare, ma anche amichevolmente scontrare, due opere appartenenti rispettivamente ad un’artista italiano e ad uno tedesco.  I nomi non sono certo da poco: nel 2003 sono saliti (pacificamente) sul ring Enzo Cucchi e Georg Baselitz, nel 2004 le due coppie Jannis Kounellis/Jorg Immmendorff e Emilio Vedova /Markus Lupertz. Il 005 havisto Marisa Mertz contro Rebecca Word e la sfida tra Domenico Bianchi e Sean Scully. Mario Mertz e Wolfgang Laib nel 2006, un 2007 all’insegna di Michelangelo Pistoletto vs Rosemarie Trokel, e infine lo scorso anno Grazia Toderi e Tobias Rehberger più Vanessa Beecroft e Wolfgand Tillmans.

Per quanto l’esperimento sia estremamente interessante, non è semplice, anzi, è addirittura pericoloso scegliere una singola opera che rappresenti in toto il linguaggio dell’artista.
C’è da dire che praticamente tutti i nomi che hanno aderito alla rassegna sono di fama mondiale, ciò non toglie che l’allenatore-artista debba essere molto oculato al momento di decidere quale dei suoi pesi massimi mandare sul ring.

Paola Pivi decide di non essere aggressiva.
Il suo orso steso a terra in una posizione balorda, da Baloo, disneyano, dalla struttura in poliuretano ricoperto di giallastre piume di pulcino, è un’evocazione di sogni d’infanzia. “Have you seen me before?” è il buffo titolo.
E’ carino, simpatico, amichevole, giocoso come una scultura di Jeff Koons e divertente come gli agglomerati di peluche di Mike Kelly. E’ allo stupore che mira, senza voler disturbare l’osservatore, ma anzi, lusingandolo con un’immagine lieve e piacevole.

Sebbene per la Pivi la dolcezza corrisponda al gancio cruciale,  non è però un fattore costante della sua poetica; andando infatti ad analizzare la storia di questa trentenne milanese, possiamo vedere il suo percorso avvalersi della fotografia, ritraendo persone, situazioni e animali colti in situazione quasi surreali, di certo molto inquietanti.

Tutti coloro che hanno avuto modo di essere alla Biennale nel 2003 avranno di certo notato il suo asino sulla barca, ma chi girava in gondola da quelle parti nel ‘99 non ha sicuramente potuto ignorare il Fiat g-91 capovolto, da collocarsi sulla sua linea di ricerca di grande impatto che la vede esporre camion e aerei rovesciati. Il substrato  concettuale che le appartiene e che ha portato alcuni critici a ravvedere nel suo linguaggio elementi addirittura di un Duchamp, deriva probabilmente dal distacco con il quale è arrivata (seppur con un ottimo tempismo) all’arte, avendo intrapreso studi di Ingegneria.
Il suo ultimissimo lavoro si trova al Macro di Roma e si tratta di grandi foto di zebre in un paesaggio alpino innevato.

Se per il titolo dell’opera di Paola Pivi è stato usato il termine buffo, sono ancora alla ricerca di un termine adatto per definire la didascalia dell’opera di Jonathan Meese. In tedesco è “Die 120 TOTALSLIPS der SÜSSESTEN BALTHySMÄDCHEN” , che a tradurlo in italiano suona come “I 120 SLIP TOTALI delle PIÙ DOLCI RAGAZZE DI BALTHyS”.

Il montante di Jonathan è la più classica violenza, praticata su una grande tela con la sovrapposizione di pittura, disegno e fotografia.
C’è un riferimento a Caligola e alla sorella-amante Drusilla, in una citazione che sembra dedotta più dal “Caligula” di Tinto Brass (tra i contemporanei ispirati dalla scandalosa pellicola ricordiamo Francesco Vezzoli) che dall’omonimo testo teatrale di Camus.
Ma nell’opera ci sono dentro i Nuovi Selvaggi e tutto quel filone cupo e nero della pittura tedesca, aggressiva per definizione, poi c’è dentro Basquiat senza ombra di dubbio, e per restare in ambito cinematografico pure “alcuni film di Fassbinder come Querelle de Brest caratterizzati da un sapore dark tipico degli anni ‘70” , aggiunge il curatore Ludovico Pratesi.

Il percorso artistico di questo artista nel corpo di un metallaro passa per un sequestro da parte di una galleria di Berlino prima che finisse l’Accademia di Belle Arti di Amburgo. Da allora con la sua poetica sempre volta a infrangere regole e taboo, si è distinto dalla sua istallazione “Ahoi de Angst” presente alla Biennale di Berlino, fino all’opera “FRÄULEIN ATLANTIS” , esposta all’Essl Museum di Vienna, vantando numerose mostre nei più prestigiosi musei e spazi privati e pubblici, tra cui Il P.S.1 Contemporary Art Center a New York, la galleria Contemporary Fine Arts e l’Hamburger Bahnhof di Berlino, la Schirn Kunsthalle a Francoforte, The Saatchi Gallery e la Turbine Hall al Tate Modern a Londra, al Tel Aviv Museum of Art, al Centre Georges Pompidou a Parigi.

Guardando le due opere, situate su due filoni di provocazione completamente diversi, è naturale chiedersi nella società attuale quale dei due linguaggi sia veramente quello più efficace.
Ognuno tragga le proprie conclusioni a seconda della propria sensibilità, d’altronde Paola e Jonathan non hanno mica mandato i loro campioni sul palco per prendersi a botte!

 

Naima Morelli

 

21 aprile 2009

Accademia Tedesca Roma Villa Massimo
Largo di Villa Massimo 1-2, Roma