Naima Morelli

Heroinas: quando l’arte produce modelli di vita

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“Heroinas”, appena conclusa negli spazi del Museo Tyssen e alla Fondazione Caja Madrid, è una di quelle rare mostre che oltre a porre dei problemi, una caratteristica tipica del contemporaneo, si preoccupa anche di risolverli.

Il problema in questione, di scottante attualità, è quello delle rappresentazioni della donna, qui risolto con un taglio curatoriale degno del miglior sarto madrileno; la scelta è quella di attingere in primo luogo al mito, substrato profondo di tutta la cultura europea, interpretato alle volte in maniera filologica, rileggendo figure sottovalutate, a volte in maniera polemica, operando un capovolgimento dei ruoli. D’altronde, come ci ricordare il Direttore Artistico Guillermo Solana: “Le femministe hanno spesso trasformato gli stereotipi misogini in immagini sovversive”.
Tutto questo senza tradire lo spirito degli artisti in mostra, molti dei quali, per semplici motivi cronologici, non potevano certo prendere parte al dibattito sul femminile, eppure ci hanno restituito delle eroine di grande intensità e complessità emotiva, mettendo in crisi la monolitica dicotomia Madonna rassicurante-Venere seducente, maternità e oggetto erotico, che troppo spesso si è trasformata in una lettura di molte figure della storia dell’arte, oltre a sembrare, come sappiamo, il bivio obbligato per il quale ogni adolescente degli anni 2000 debba passare.
Spiega Solana:”La storia della cultura occidentale è piena di immagini di donne seduttive, indulgenti, sottomesse, sconfitte e schiavizzate. Ma questa esposizione è centrata su donne forti: attive, indipendenti, sfidanti, ispirate, creative, dominatrici e trionfanti, o, per usare una parola chiave delle femministe, questa mostra comprende immagini che siano fonte di “empowerment” per le donne stesse”
Non più oggetto ma finalmente soggetto, insomma.

“In Lei convivono molte donne…”, come dicevano con voce serafica gli indovini e i seduttori (quelli di una volta) alle signore che volevano compiacere.
Il fatto è che è proprio così, e precisamente: Sole, Cariatidi, Menadi, Atlete, Accorate, Amazzoni, Maghe, Martiri, Mistiche, Lettrici, Pittrici; eccole le sezioni del percorso espositivo, con questi nomi che ci ritroviamo a leggere a bocca aperta, come se fino ad ora tutte queste sfaccettature ci fossero state sconosciute, quando invece sappiamo bene come siano fondanti della nostra identità, queste e molte altre.

La prima delle undici sezioni, denominata “Sole” è già di un anticonformismo entusiasmante.
Si tratta di figure di donne in momenti di grande malinconia, ma anche di epifania, vedi Munch, di riflessione, quasi a suggerire che la solitudine è il primo passo per l’autocoscienza, come nella fotografia di Sarah Jones, una ragazza seduta sul letto con lo sguardo verso il basso ma una determinazione che va via via formandosi, o la donna che legge una lettera di Hopper, notoriamente maestro dell’attimo sospeso. Ben tre Penelopi giganteggiano in questa sezione, e qui subentra la rilettura a cui avevo accennato. La sottomessa Penelope, che molte artiste hanno trasformato in una “Penelope alla guerra”, qui diventa, nel suo languido aspettare rivolta all’orizzonte, immagine di resistenza.

La successiva sezione “Cariatidi” è altrettanto interessante; qui ci sono donne che reggono dei vasi, come in Jules Brèton, in Goya o in Janine Antony (dove però c’è un capovolgimento, è il vaso a reggere la fanciulla), quindi sono “cariatidi” nel vero senso del termine. L’accezione è però è estesa ad indicare la donna colonna portante della famiglia e della società, non in senso tradizionalista, ma esaltando la sua forza d’animo e il suo slancio a “costruire” (caratteristiche che andrebbero ben spese in politica). Se ci fosse stato spazio per il cinema, a queste figure si sarebbero potute associare senz’altro una Sophia Loren in veste Ciociara oppure, per rimanere in Spagna, una Penelope Cruz di Volver. Donne tutte di un pezzo. Madri di famiglia ieri, politiche domani.

La sensualità appare appena voltato l’angolo con su scritto “Menadi”, ed è tutt’altro che un concedersi compiacente. Conosciamo le Menadi, o Baccanti, come seguaci del corteo di Dioniso, la vitalità per eccellenza e l’incontrollabile furore selvaggio, come ci racconta Euripide, ripreso fedelmente nell’onirico dipinto di Charles Gleyre, o come ci mostra in un bel video “Ever is Over All” Pipilotti Rist dove, oltre agli istinti distruttivi di una moderna Menade a passeggio, viene sottolineato anche il legame con la natura. Chiude l’Iris di Rodin, qui interpretata secondo il mito dionisiaco che ci interessa, e a ragion veduta, rappresentando con la sua posa dinamica e oscena per certi versi, un panteismo totale.

La classica figura della guerriera, troppo spesso appiattita in una bad girl con una quinta di seno nella cultura pop, viene qui trattata in maniera non superficiale, facendo dei giusti distinguo in Atlete, Corazzate e Amazzoni.
Superbi dipinti per la sezione “Atlete”, mentre da “Corazzate” vengono coinvolte l’irrinunciabile Giovanna D’Arco, un po’ approssimativa in Rubens (perdonatemi, ma evidentemente ogni tanto anche il maestro andava un po’ di fretta), commovente in Rossetti, le eroine di Torquato Tasso, con una Clorinda interpretata da Marina Abramovic e un Tancredi-Jan Fabre, più due Atene di sconvolgente forza, quella più enigmatica di Franz Von Stuck e quella meravigliosamente fiera di Rembrandt.
Per le Amazzoni troviamo due dipinti di William Roberts e Hilary Harkness che ci si poteva anche risparmiare, così come il banalissimo video di Cristina Lucas. Veniamo ripagati dallo spirito critico e pacifista a modo suo di Goya, presente con due incisione tratte dai “Disastri della guerra”, e il meraviglioso dipinto di Degas “Ragazze spartane che sfidano i loro compagni” .

Per le “Maghe” c’è solo pittura-pittura, e questo un po’ lascia perplessi. Figura comunque la misteriosa Circe di Dosso Dossi e quella divina di Waterhouse, presente con altri tre dipinti, il che effettivamente non dispiace, considerando l’efficacia di un “Il Cerchio Magico”, dove la maga davanti al calderone è praticamente identica a Patti Smith.
Da notare il distinguo con le “Mistiche”, che hanno una sezione a parte. Le opere più significative sono senz’altro le tre figure di Hodler, ma qui diventa evidente che la scelta non sia stata sempre mirata, eccedendo in maniera quasi pubblicitaria verso una fotografa suppur valida come Julia Fullerton-Batten, salvo poi ignorare un’artista fondamentale come Francesca Woodman.

Viene dato spazio anche all’aspetto tragico delle “Martiri”, dove, tra lo sguardo vigile della Santa Caterina di Caravaggio, la Saffo romantica di Antoine-Jean Gros e la donna sulla pira di Kiki Smith, c’è da chiedersi quando siano vittime (e nel qual caso dove sia l’errore), e quando siano invece padroni consapevoli del proprio destino.
Si chiude il cerchio con le “Lettrici” e le “Pittrici”, dove “l’atto”, il “fare”, diventa fondante, e la coscienza del sé è totale.

A tirar le somme, le esposizioni che hanno le donne come o le donne-artista come protagoniste non si contano, quello che rende così significativa questa è il ruolo di tecnico delle luci, il più necessario al momento per tracciare una rotta da seguire nella ridefinizione dei ruoli. L’aver individuato delle nuove categorie sulle quali muoversi, dei “contro-tipi” senza per altro operare nessuna forzatura perché, sorpresa, erano già lì, nella pittura e nell’arte di tutte le epoche.
Queste sono le immagini giuste, quelle di cui riempirsi gli occhi e quelle da cui partire per costruirne delle nuove.
Sono già dei cartelli stradali.

 

di Naima Morelli

articolo pubblicato su Women in The City

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8 Marzo / 5 Giugno 2011

Museo Thyssen-Bornemisza y Fundación Caja Madrid