Naima Morelli

Sanctuary di Gregory Crewdson, Svolta o Parentesi?

Dopo un interrogatorio durato un’ora e mezza Crewdson non ha sputato il rospo, non ha cantato intendo, e con queste parole voglio dire che non si è lasciato andare a quelle meravigliose rivelazioni che avrebbero sgomentato la platea, ancora più del suo repentino cambiamento di estetica in quest’ultima mostra “Sanctuary”, da Gagosien.

Un po’ una tortura, sebbene sopportata in traduzione simultanea sulle comode poltrone della sala conferenze del MAXXI, il percepire questo sottinteso, questi “motivi personali” colpevoli delle svolta, che il critico del New York Times Michael Kimmelman, quanto mai speranzoso, ha cercato durante tutto il tempo di tirare fuori dalla bocca del reticente artista.

Un breve resoconto del fattaccio: Gregory, quello delle fotografie cinematografiche, quello di “Beneath the Roses”, quello che insomma quando guardate le sue fotografie a David Linch fischiano le orecchie, ebbene proprio lui decide di venire nella Città Eterna.

Dei fori imperiali non gliene frega un granchè, non meritano neanche l’obiettivo non intercambiabile della sua compatta che, come ci rivela, non porta sempre con sé (rombo in platea). Lui, americano, dopo aver visto tutte e due le stagioni della serie dell’HBO intitolata proprio “Roma”, avendo mutuato un debole per Atia e una segreta ammirazione per Pullo, non vede l’ora di visitare i mitici set di Cinecittà.

Ma l’entusiasmo cede presto il passo a una sorta di melanconia, una sorta di senso del sublime, e così come “L’artista commosso dalla grandezza delle rovine antiche” di Füssli, così anche lui si accascia su un piedone di cartapesta pervaso da un sentimento struggente.

Trattandosi comunque di un americano pragmatico e non di una mammoletta piagnucolosa così come lo erano quei romantici senza budella del secolo scorso, arrivato in America scrive una bella lettera a quelli di Cinecittà, mettendo in chiaro le sue intenzioni di realizzare una serie nei set abbandonati.

L’indomani nessuna risposta. Neanche il giorno appresso. Tre mesi dopo Crewdson lascia perdere questi italiani inaffidabili e si abbandona alle sue visioni trascritte con penna da rabdomante dalla sua assistente.

Passano altri sei mesi, e finalmente squilla il telefono dell’ufficio, dicendo “Signor Crewdson, abbiamo appena ricevuto la sua lettera…”
Ah, questi italiani!

Intanto nella vita di Gregory saranno successi fatti di una certa rilevanza, almeno a giudicare dalla perseveranza interrogatoria del buon Kimmelman, ma non ci è dato a saperli e, diciamocela tutta, nemmeno ci importa.

L’unica cosa che Gregory si lascia scappare è che lui nel periodo in cui ha lavorato a questo progetto, ha considerato la struttura fittizia di Cinecittà come una sorta di rifugio. Non l’avesse mai detto!

In che senso?” ribatte con prontezza da psichiatra l’intervistatore, lasciando con il fiato sospeso anche la traduttrice simultanea, mentre invece in platea qualche palpebra già calava a dire ma chi me l’ha fatto fare di venire qui quando potevo essere a San Lorenzo a scommettere sugli incontri di pugilato clandestini negli scantinati?
 “La verità” ammette Crewdson “E’ che io stesso faccio fatica a distinguere la realtà dalla fantasia…”
“In che senso?” incalza lo stimato critico che già si vede definitivamente asceso in un pantheon a metà strada tra la psicoanalisi moderna e Novella 2000

In effetti, lasciando per un attimo i nostri alle loro cogitazioni e catapultandoci ventiquattro ore più avanti nel tempo all’inaugurazione della mostra da Gagosien, questo scivolare da una dimensione reale a una fittizia emerge chiaramente dalle fotografie, e il bianco e nero dà la stessa credibilità tanto alla ricostruzione di una casa patrizia, tanto alla casa proprio di Patrizia, lotto 12, sullo sfondo.

Tutto disabitato, non un anima, come nelle foto di Parigi di Atget, o forse un’anima si, la nostra, che si aggira in questo limbo fatto di sfondamenti e spazi percorribili, dilatati in profondità, con una visuale perfetta data dall’altissima risoluzione scelta, e in altezza, riflessi dalle pozzanghere, ancora un’altra dimensione.

Così il set di Gangs of New York prosegue con quello di un vecchio peplum, palazzi de borgata sullo sfondo e la natura che cresce in mezzo e divora quei falsi muri, riassorbendo tutto in sé. E’ il paradosso di Crewdson: prendere la macchina del tempo per raccontare un tipo di spazio che appartiene alla contemporaneità, dove le possibilità sono infinite e forse il presente è un concetto fin troppo opinabile.

Sono appena le sei e già c’è una coppia di ragazzette chic in galleria per le quali quella roba appesa al muro è tutt’al più un inconveniente. Le sento confermare la bellezza delle foto, d’altronde un lavoro del genere non è esattamente di quelli che divide l’opinione pubblica e causa scandali a livello mondiale, e aggiungerei per fortuna, senza che però, dall’alto dei loro tacchi assassini, li senta argomentare con maggiore precisione.

Più in là un uomo compassato studia con occhio da architetto gli spazi impossibili ricreati dalle scenografie di Cinecittà, vedendoci dentro molta buona pittura italiana del ‘400 “Addirittura Piero della Francesca…” “Oibò” “E ti dirò, mia cara..” aggiunge rivolto a una signora con un bellissimo Borsalino Havana calcato sulla permanente bionda “… anche un pizzico Escher!”

“… mentre nei suoi lavori precedenti è chiara l’influenza di Hopper, dico bene?”

Crewdson si concede una risata americana. Hopper gli piace, diavolo se gli piace, ma preferisce sorvolare su questi italiani e olandesi che con ogni probabilità non sono esattamente i suoi compagni di merende.

Chiedo l’opinione di uno studente dell’Accademia di Belle Arti, ben contraddistinto dal suo zainetto e dal suo capello alla moda: queste fotografie non sono di suo gradimento, le trova di una freddezza non comunicativa.

Incrocia le braccia continuando a guardare la foto Untitled III, sfogliando mentalmente il background di Crewdson: “Mah, preferisco di gran lunga i suoi vecchi lavori… comunque le sue fotografia continuano tipo ad essere immerse in questo silenzio no… questo silenzio tipo agghiacciante che congela tutto.”

A me invece piace la calma misteriosa di queste immagini, mi chiedo se nei suoi prossimi lavori manterrà questa estetica si sussurri oppure tornerà alle atmosfere piene di phatos delle serie come “Dream House”.

“Probabilmente si”, ipotizza lo studente con una certa sicurezza “questa si potrebbe trattare tipo di una riflessione sul suo specifico lavoro di regista di immagini. Mentre nelle altre fotografie c’è tipo una finzione costruita e manifesta che però ti tira dentro al suo gioco, qui le impalcature lo dicono chiaramente, quello che vedi è finto, tipo. Qui proprio non vuole mascherare nulla, ti sbatte in faccia la finzione quindi è più vero, in definitiva, di quelle costruzioni di cui tipo non si capisce il come.”

Silenzio.

“Beh, a ripensarci questo lavoro non è poi tanto male…”

Man mano che passano i minuti si accalca gente nell’ampia sala circolare della galleria, alcuni parlano dei fatti propri ma nel mezzo fiorisce qualche tentativo di aggettivazione:

“Bellezza nostalgica!”

“Tristezza estetizzata!”

“La signora lì in fondo vicino alla porta?”

“Clima metafisico!”

“Clima metafisico per la signora vicino alla porta, chi offre di più?”

“Sospensione atemporale!”

“Sospensione atemporale, sospensione atemporale e due… il signore col berretto multicolore!”

“Anacronismo mentale!”

“Ubiquità onirica!”

“Come dice?”

“Ma si, ubiquità onirica, non mi sbaglio, è come quando sogni; si passa in situazioni spazio temporali completamente diverse, ma lì è tutto vicino, ed è quello che si può fare anche con internet adesso, non mi sbaglio io, non mi sbaglio mai, vedi un video su YouTube e vuoi assomigliare alla cantante delle Hole, poi subito dopo rivedi uno spezzone del Lago dei Cigni e vorresti avere la grazia di quella ballerina; il risultato non può che essere confuso!”

A questo punto la correggo, perché le Hole oramai non esistono più, c’è solo Courtney Love che si è appropriata del nome, ma lei continua a dire che non si sbaglia, ed essendo una signora di una certa età che conosce le Hole, caso rarissimo, e sa usare internet, non oso contraddirla!
Comunque la capisco.
Mi parla del riferimento a Fellini contenuto nell’unica foto che contenga anche un soggetto umano, quella dei cancelli di Cinecittà. A quanto pare questa donna dall’aspetto elegantemente stravagante ha avuto delle particine in una quantità di film italiani del periodo d’oro, quello dell’Hollywood sul Tevere, e lei legge queste foto con l’intensità datagli dal quel vissuto.

Lasciate andare Crewdson così come lui, come ogni artista, ha lasciato andare la sua opera; adesso ce la vediamo noi.

 

Naima Morelli

 

Gregory Crewdson, Sanctuary
3 febbraio 2011
Gagosian Gallery, Rome Via Francesco Crispi 16, Rome

 

pubblicato su Art a Part of Cult(ure)