Naima Morelli

Curatorial Text for Attualità Indonesiane at Il Ramo D’Oro, Naples

ramodoro
On the 6th of January the art centre Il Ramo D’Oro in Naples will host the exhibition of Indonesian artists Made Bayak, Gede Suanda and Setyo Mardiyantoro. I was invited by gallerist Vincenzo Montella to write the curatorial text. The show – with a patronage by the General Consulate of the Republic of Indonesia in Naples – will be open to the public from the 6th to the 14th of February. During the vernissage Prof. Antonia Soriente will present the book “The dance of the earth” by Indonesian writer Oka Rusmini.

Below my curatorial text for “Attualità Indonesiane” in English and Italian:

“If art had a message, I’d be a postman,” said Nabokov. If we talk about contemporary art at the time of the open work, the idea of the message belongs more to the white walls of Sunday school, rather than to the immaculate walls of the contemporary art’s “white cubes”.

Regardless of the subjective understanding of artwork, social art has always been difficult. When it comes to do social art, it’s hard to fight for ideals, for a vision of justice and harmony, without resulting preachy or moralistic.

Most of the time social art makes us think of a Greenpeace campaigner or a left-wing agitator, animated by frantic search of the “message”. Although the intention might be good, in terms of art what we have is a cheap symbolism or a didactic intent. Dear Pellizza Da Volpedo, wouldn’t it be easier to write a pamphlet or rather, as Nabokov would say, wear the yellow uniform of the Italian post office?

The alternative to the “message” is, as we mentioned earlier, the open work. But again, this idea makes us imagine artists as spineless aesthetes who get up at noon, and then go down to the cafe to have cappuccino and a chocolate croissant for breakfast. Instead of reading a newspaper, they’d linger on Instagram, as if time didn’t matter.

In this scenario, Il Ramo D’Oro turned to other latitudes for a kind of art escaping these two extremes. Here comes Indonesia. Contemporary art produced in the archipelago provides a good example, being socially driven not simply in the “message”, but also in the way art it is made. Art is produced in the community. The artistic practice activates mechanisms and reflections that will become platforms for change.

Made Bayak, artist, musician, educator and activist, fights against pollution and the distortion of traditions in Bali. For his project “Plasticology” – a neologism that combines the words “plastic” and “ecology” – Made works with recycled materials.

In this way the artist shows us the other side of Bali, the one you wouldn’t find in a Club Med brochure. We all know Bali as a destination for newlyweds. But we are probably not aware that pollution is becoming an important issue on the island. Likewise, the dances and rituals which in Bali have taken such a peculiar form throughout centuries, are often trivialized and thrown at the mercy of tourists.

Made’s “Plasticology” paintings, made of layers of glazes plastic bags, are just the tip of the iceberg of the artist’s work. Through workshops Made engages children and adults in projects contributing to safeguarding the ecological, social and cultural environment of Bali.

Also Gede Suanda Sayur combines artistic practice with activism. His concerns are directed towards the purchasing rice fields from privates – sometimes even speculators – to build their villas. These villas not only alter the landscape, but also undermine the livelihood of entire families.

In his paintings Gede represents rice field workers like frogs. Gede’s amphibians rest placid in the face of globalization, which has reach up to Ubud. In the paddy before his studio/workshop/center of aggregation Gede has also realized an installation that reads “NOT FOR SALE”. The statement built in bamboo canes is also an admonition. Each time the eye of the passerby turns to the landscape, this admonition is renewed.

Along with the two Balinese “artivists”, this exhibition feature also Setyo, an Indonesian artist based in Naples. His work plays between decorative motifs inspired to the traditional batik, dreamy evocations and social commitment. His nostalgic paintings evoke lost paradises.

In Italy we are accustomed to an art world which makes very clear distinctions between “low art” and “high art”. In this sense, one of the most important evidences to bring home from this exhibition is the grassroots quality of contemporary art in Indonesia. In Indonesia the division between artist and the community, the public of non-specialists, is non-existent. The artist is “one of the people”, and speaks for the community. There is indeed a coincidence of vision and interests.

This idea is close to the heart of Il Ramo D’Oro, a promoter of not elitist art and community involvement. Of course, in a lively city like Naples this dialogue is facilitated.

Finally, these Indonesian activists remind us that, beyond the propaganda or the croissants-chewing, there is a third way to be an artist. The artist can be a catalysts for change, making their own social environment not exclusively the endpoint, but an actual artistic tool. Made, Gede and Setyo are well aware of the lack of objective critical parameters to define “quality” art. In fact they don’t brood about it too much. They’d much rather work for a change, regardless of the message.

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ITA

“Se l’arte avesse un messaggio, io sarei un postino”, diceva Nabokov. Se parliamo di arte contemporanea ai tempi dell’opera aperta, quest’idea del messaggio ci rimanda più alla bianca calce delle sagrestie nei soleggiati pomeriggi al catechismo, che alle immacolate pareti dei “white cube”, templi dell’arte visiva.

Al di là della lettura di un’opera, che indubbiamente è sempre soggettiva, fare arte sociale è sempre stato arduo. E’ difficile evitare lo sbadiglio del didascalico e l’irrigidimento della morale, ma al contempo combattere per degli ideali, per una visione di giustizia ed armonia.

L’arte sociale il più delle volte ci fa pensare ad un socio famiglia di Greenpeace o ad un no-global, animato dalla frenetica ricerca del “messaggio”, il quale finisce per realizzare opere dalla simbologia spicciola e gli intenti didascalici. Caro il mio Pellizza redivivo, avresti fatto prima a scrivere phampalet o, come direbbe Nabokov, a indossare la gialla divisa delle poste italiane.

L’alternativa al “messaggio”, è l’opera aperta. Questa idea ci fa immaginare gli artisti come degli esteti smidollati che si alzano a mezzogiorno, scendono al bar a fare colazione con cappuccino e cornetto alla nutella. Invece di leggere un quotidiano, questi esteti si attardano su Instagram come se fino a sera il tempo dovesse pur passare in qualche modo.

In questo scenario che avrebbe fatto sorridere Zenone, Il Ramo D’Oro si è rivolto ad altre latitudini per cercare un tipo di arte che sfugga a questi due estremi. E qui subentra l’Indonesia. L’arte contemporanea nel variegato arcipelago fornisce in questo senso un ottimo esempio, essendo sociale non semplicemente nel cosiddetto “messaggio”, che pure è evidente, ma anche nella sua realizzazione. Quest’ultima tende a coinvolgere la comunità, e nella pratica artistica si attivano meccanismi e riflessioni che diventeranno piattaforme per un cambiamento.

Made Bayak, artista, musicista, educatore e attivista, ha fatto sua la lotta contro l’inquinamento e lo snaturamento della tradizioni a Bali. Assurto alle cronache con il suo progetto “Plasticology” – suo neologismo personale che fonde le parole “plastic” e “ecology” – Made associa le proprie opere con materiali riciclati a compagne rieducative.

Made ci restituisce l’altra faccia di Bali, quella che non si vede sui depliant del Club Med. Se tutti abbiamo sentito parlare di Bali come una meta per sposini in luna di miele e turisti, poco si sente dell’inquinamento e i rifiuti diventati un’impellente problematica. Allo stesso tempo, ci ricordano le opere di Made, le danze e rituali di matrice induista dell’isola sono spesso banalizzati e gettati alla mercè dei turisti.

Le tele “a velature” di buste di plastica sono solo la punta dell’iceberg dell’attività-attivismo artistico di Made. Tramite laboratori che coinvolgono sia bambini in età scolastica che adulti, i quali coniugano la consapevolezza con la praticità del fare e del realizzare, l’artista contribuisce alla salvaguardia ecologica, sociale e culturale dell’isola.

Anche Gede Suanda Sayur coniuga naturalmente pratica artistica ed attivismo. La sua battaglia riguarda il problema dell’acquisto delle risaie dalla parte di speculatori edilizi e privati che comprano terre un tempo destinate al raccolto per costruire le proprie ville. Queste ville spesso snaturano non solo il paesaggio, ma minano la sussistenza di intere famiglie.

Da pittore, Gede rappresenta il lavoratore dei campi di riso come una rana. Gli anfibi dell’artista si beano placidi nei comfort della globalizzazione che da tempo è arrivata anche ad Ubud. Come artista della comunità locale, il nostro ha installato la scritta “NOT FOR SALE” nella risaia davanti il proprio studio-laboratorio-centro artistico di aggregazione.

In questo modo Gede ha incantato l’immaginazione dei passanti occasionali e l’attenzione dell’opinione pubblica. Il luogo è vissuto, e la dichiarazione nel bambù bianco funge da monito. Monito che viene rinnovato ogni volta che lo sguardo del passante si volge al paesaggio.

In questa mostra, ai due balinesi si aggiunge Setyo, artista indonesiano da anni residente a Napoli e vecchia conoscenza del Ramo D’Oro. Giocando tra motivi decorativi inspirati al batik tradizionale, suggestioni sognanti e impegno sociale, i suoi nostalgici dipinti rappresentano paradisi perduti.

Una delle più importanti evidenze di questa mostra è che, mentre nel mondo dell’arte in Italia spesso aleggia un snobismo proveniente da secoli di divisione tra “arte bassa” ed “arte alta”, in Indonesia, l’arte è veramente popolare. La cosiddetta divisione tra artista e “popolo” ( termine che qui sta per comunità e pubblico dei non-addetti ai lavori), è scardinata. L’artista è “uno del popolo”, si fa portavoce dei suoi bisogni della collettività – c’è infatti una coincidenza di visione ed interesse.

Questo ideale è fondamentale nell’agire della galleria Il Ramo D’Oro, da sempre promotore di un’idea non elitaria dell’arte e del coinvolgimento delle comunità. In una città verace come Napoli poi, questo dialogo viene spontaneo.

Infine, questi attivisti indonesiani ci ricordano che c’è una terza via per essere artisti, al di là della pennellata propagandistica o del disimpegnato masticare cornetti. Si può essere anche artisti-catalizzatori, facendo del proprio presente e del proprio contesto sociale e ambientale materia della propria arte almeno quanto i tubetti di colore. Consapevoli della mancanza di parametri critici assoluti per definire la “qualità” dell’arte, Made, Gede e Setyo non si ci arrovellano più di tanto, consci che è il contesto a fare la funzione dell’arte. E di questi tempi un’opera può attivare vettori di cambiamento. Messaggio o non messaggio.

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Approfondimenti:

Facebook event

My interview with Made Bayak

My article on Gede Suanda

Arte contemporanea in Indonesia, un’introduzione

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